Psiconcologia

Psiconcologia
3 febbraio 2014 Spazio Synthesia

La Presenza che Cura

Ai limiti della comprensione, l’empatia deve trovare le parole. E.Lukas

Qualsiasi modello psicoterapeutico trova difficoltà di applicazione nell’incontro con la persona ammalata di cancro, se privo dell’elemento umano. Oggi si sente spesso parlare di “umanizzazione delle cure”, che non significa psicologizzare, ma, al contrario, significa essere presente come essere umano nella relazione con l’altro. In questo modo il terapeuta può autenticamente porsi accanto alla persona, favorendo una comunicazione esistenziale che prevede, nella maggior parte dei casi, la ricerca di un significato più profondo rispetto a quello che sta accadendo alla propria vita.

Vorrei quindi porre l’accento sull’importanza dell’Esserci nella relazione. La presenza di un terapeuta in contatto con la situazione del momento, che vede, sente e accompagna l’altro. L’Esserci nel significato del Dasein di Heidegger, come concreta esistenza fatta di valori e scelte (stare nel mondo), come saper esserci (consapevolezza), come percepire di esserci (corpo), nel qui ed ora con il paziente.

Il principio fondamentale dell’assistenza psiconcologica è quello del “prendersi cura” del paziente in senso relazionale, considerando l’unità mente-corpo attraverso una presa in carico globale nel rispetto della persona ammalata.

Nella mitologia romana, Cura è colei che plasma l’uomo dal fango della Terra, chiedendo in seguito a Giove di donargli uno Spirito di vita. Alla morte di quell’essere, la Terra si sarebbe riappriopriata del corpo, mentre a Giove sarebbe tornato lo spirito. A possederlo durante l’esistenza sarebbe stata Cura: essa rappresenta il punto di contatto tra il divino e l’umano, rivolgendosi a tutte le dimensioni dell’essere (biologica, psicologica, sociale e transpersonale). In questo senso tutte le persone sono curabili, anche nel momento in cui il corpo non è più guaribile.

Durante la terapia di un corpo malato è essenziale non perdere mai di vista la persona che si cela dietro al corpo e alla malattia. Negli anni ’80 la Saunders, definendo il trattamento del dolore nelle fasi terminali di malattia, parla proprio di total pain una sofferenza globale in cui è necessario intervenire non solo sul piano biologico, ma anche psicologico, sociale e spirituale.
La malattia oncologica può avere un impatto forte nella vita del paziente, non soltanto per i disagi fisici che essa provoca (compresi quelli dovuti alla terapia medica), ma anche per la messa in discussione di se stesso ad un livello esistenziale più profondo, in quanto tutto viene sconvolto improvvisamente. Il dolore fisico può diventare invalidante e questo comporta una perdita di autonomia e quindi una dipendenza dagli altri ed un cambiamento totale nello stile di vita. Inoltre non bisogna dimenticare che si tratta di una malattia che, più di altre, evoca una forte angoscia di morte che può essere alleviata attraverso una adeguata comunicazione all’interno di relazioni che permettano di poter condividere la sofferenza (sia con il personale sanitario, che con i propri cari).

Il cuore della Cura è la compassione, nel suo significato di “essere con l’altro nel sentire” all’interno del processo della sofferenza. Essa, come ricorda il Dalai Lama[1] , è una qualità umana fondamentale, intrinseca nella nostra natura, ma che va anche coltivata e incrementata affinché sia un autentico atteggiamento di vicinanza ed interesse per gli altri, che vada oltre le aspettative ed i bisogni personali.

La meditazione tibetana del Tonglen, del “dare e ricevere”, è una pratica utile per risvegliare la compassione che c’è dentro di noi, connettendoci con la sofferenza del mondo. Durante tale meditazione, si inspira la sofferenza degli altri e si espira gioia e felicità per loro: questo mette in profondo contatto con il proprio dolore e permette quindi di entrare in risonanza con quello universale, con un atteggiamento di amorevolezza per se stessi e per gli altri. Esserci significa proprio partecipare alla sofferenza del paziente, stare con lui, non lasciarlo solo ed essere in grado di attingere e trasmettere quell’essenza di pace e fiducia che abbiamo dentro.

Le Fasi

La compassione avrà i suoi tempi, modulati rispetto ai tempi della sofferenza del paziente. La Kubler-Ross[2] sostiene che una persona alla quale viene comunicata una informazione che provoca angoscia di morte si trova ad attraversare almeno cinque fasi per arrivare all’accettazione della condizione in cui si trova:
– Shock, isolamento e negazione
– Rabbia e aggressione
– Patteggiamento e trattativa (in modo da dilazionare il tempo)
– Depressione (reattiva o preparatoria)
– Accettazione
Queste fasi, che non seguono un ordine predefinito, ma esclusivamente il vissuto personale di ogni persona, scandiscono un itinerario in cui l’unico sollievo è l’essere ascoltati e curati. Per fare ciò è necessario fermare il nostro tempo della fretta e dell’efficienza, sedersi accanto al paziente ed aprirsi accogliendo la sua angoscia.

L’aspetto essenziale e curativo sarà indubbiamente la qualità della relazione che si viene a creare con il terapeuta (come con tutta l’equipe di cura). La relazione, spiega Alberti, è una vera e propria cura della sofferenza, in quanto è nella condivisione che il paziente supera quel senso di solitudine e isolamento tendente a creare una condizione di staticità in cui egli non si sente in grado di sostenere il dolore.

Uno dei bisogni principali dell’uomo che soffre è quello di poter porre in dialogo la propria sofferenza. [3]

Questo dialogo implica un incontro con l’altro, un momento di condivisione e di accoglimento, quindi di amore: attraverso un’accoglienza amorevole del dolore si creano le basi per una relazione di fiducia, un’alleanza positiva per il paziente che si sente riconosciuto nella sua sofferenza, ma anche nella sua gioia nascosta e quindi nella sua totalità di essere umano. Riconoscere e sentire nel paziente il dolore, la gioia, la disperazione, la rabbia, l’angoscia, implica da parte del terapeuta un’apertura alle esperienze emotive personali che vengono rievocate. Lavorare in oncologia senza rendersi conto che le paure del paziente ci turbano, significa non essere in grado di aiutarlo e di accoglierlo pienamente. Affinchè possa esserci una reale condivisione, è necessario saper ascoltare in maniera centrata.
Secondo F. Ostaseski l’ascolto è un dono attraverso il quale abbiamo il potere di curare l’altro, ma per utilizzarlo è necessario svuotarsi in modo da essere realmente recettivi verso il mondo dell’altro.

Chi ascolta deve saper restare concentrato sulle sensazioni, sui sentimenti e sulle intuizioni che emergono dentro di sé, perché è proprio questa la chiave che gli consente di entrare in risonanza con l’altro. [4]

Per ascoltare, il terapeuta deve essere in grado di creare un silenzio interiore che gli permetta di stare con la sofferenza e l’angoscia riportata dal malato, di esserci totalmente con il corpo e con la mente, in quel preciso momento. Il solo fatto di Esserci, anche come presenza silenziosa, crea la relazione stessa, in quanto c’è condivisione empatica: avviene così l’incontro di due persone all’interno di un qualcosa di più grande che le contiene.

I bisogni del paziente

Instaurare una buona relazione, ponendosi come un ascoltatore che si addentra nel mondo dell’altro, significa anche prendere in considerazione i suoi bisogni fondamentali. A tal fine è possibile orientarsi tenendo presente il lavoro di A. Maslow sui bisogni dell’essere umano.

Oltre ai bisogni fisiologici fondamentali, che in questo caso potrebbero comprendere anche i trattamenti medici finalizzati alla guarigione del corpo, è importante capire se tutti gli altri bisogni del paziente sono soddisfatti, tenendo presente il vissuto specifico individuale.
I bisogni di sicurezza, nel paziente possono diventare bisogni di fiducia verso l’equipe di cura. Questo si crea non soltanto valutando il livello professionale (anche perché spesso non si posseggono le conoscenze per poterlo fare), ma soprattutto percependo il livello di umanità che gli operatori hanno nel prendersi cura del paziente. Ciò è connesso alla necessità di essere accudito che emerge in una situazione regressiva come quella di una malattia grave, in cui il paziente ritorna al suo essere “bambino spaventato”, al volersi sentire protetto rispetto alle paure e all’angoscia di morte imminente. L’umanizzazione della cura permette al paziente di maturare una certa sicurezza rispetto al controllo della malattia, in particolare del dolore nei casi terminali. Il bisogno di verità rispetto al decorso di malattia è un argomento molto più complesso e non privo di polemiche e posizioni diverse: è importante valutare quanta verità il paziente è in grado di sostenere in quel momento.
I bisogni di appartenenza riguardano soprattutto la presenza di persone significative che si prendano cura del paziente. Spesso l’ospedalizzazione genera un senso di alienazione dalla rete sociale, quindi è importante, ancora una volta, l’umanità mostrata dal personale sanitario e le sue capacità di ascolto e accudimento del malato.
I bisogni di stima, se non soddisfatti, rappresentano una parte importante del disagio del paziente. In alcuni casi è importante spostare la sua attenzione verso ciò che può ancora fare, le parti della sua vita in cui ha conservato autonomia, in questo modo può sperimentare un certo controllo della sua vita e sentire che la sua dignità personale è integra. La malattia, creando in molti casi dipendenza dagli altri, spoglie dal ruolo sociale assunto fino a quel momento, che può rappresentare per la persona la propria identità: il primo passo per superare questo disagio può essere la presa di coscienza di nuove parti di se stesso, identificandosi in queste.
I bisogni di autorealizzazione per un malato grave si concentrano sul dare un significato alla propria sofferenza. Si ha un contatto con la propria spiritualità, la necessità di fare un bilancio della propria esistenza e di riconsiderare i valori della propria vita. Quando la persona è posta di fronte alla possibilità di una morte imminente, inizia una ricerca di senso per la propria vita. Tolstoj da un’immagine forte di questo momento: quando aumenta la consapevolezza della morte, Ivan Il’ic inizia a chiedersi se nel corso della sua vita ha dato voce alla sua dimensione interiore più autentica [5]. Ciò può accadere anche a causa delle limitazioni che pone la malattia al raggiungimento del piacere attraverso mezzi materiali quotidiani (il lavoro, il ruolo familiare, gli hobby), per cui diventa essenziale trovare nuove possibilità di significato in ciò che invece rimane intatto.

La consapevolezza della finitezza della vita, paradossalmente, richiama la persona al vivere il presente, a rendersi responsabile del proprio tempo a disposizione. Questo spiega perché spesso chi incontra la malattia oncologica ne esce profondamente cambiato. Tagore esprime tutto questo attraverso la semplicità dei suoi versi:

La bellezza era tutta attorno a me, ma il lume di una candela ci separava.
Quella piccola luce impediva alla bella, grande luce della luna di raggiungermi.
[6]

Nel caso della terminalità, lo sguardo retrospettivo del paziente si sofferma alla ricerca di ciò che ha avuto valore nella sua vita, tutto quello che è stato raggiunto e, allo stesso tempo, ciò che è rimasto incompiuto e vorrebbe raggiungere. Il presente diventa il tempo del vivere consapevole, in cui tutto assume una nuova dimensione di significato, in particolare all’interno delle relazioni umane: una pianta da annaffiare, una musica, un caffè, un contatto fisico, un sorriso. Tutto diventa “spirituale”, vissuto con intensità, trascendendo l’ego e affidandosi ad un livello superiore di coscienza. La sofferenza offre all’uomo la possibilità di dare un senso alla propria esistenza, in quanto permette di prendere coscienza della propria vita e di se stesso.

Secondo V. Frankl non esistono situazioni negative che non abbiano un seme di positività, circostanze che possano essere trasformate dall’atteggiamento che si assume nei loro confronti.

Un essere umano, proprio dall’atteggiamento che sceglie, è capace di trovare e realizzare un significato anche in una situazione del tutto priva di speranza. [7]

Il vissuto di senso della sofferenza è quindi racchiuso negli atteggiamenti che l’uomo intraprende per viverla accettandola. La nostra tendenza è sempre quella di evitare il dolore e ciò deriva dalla convinzione che la vita debba esserne priva. Questo ci rende oppositivi, ma contrastando il dolore non facciamo altro che rafforzarlo ed è proprio questo che genera sofferenza.
E. Bayda descrive quanto sia stato importante nella sua malattia, essere disposto a stare con l’esperienza dolorosa, riconoscendo ed allontanando le resistenze con un graduale processo di consapevolezza.
Capii bene che siamo noi a consolidare la sofferenza con i pensieri dettati dalla paura che insorgono come reazione al dolore.[8]
Così come la prima nobile Verità che insegna il Buddha, la vita è sofferenza, quindi il dolore, semplicemente, esiste e fa parte dell’esistenza umana. Entrare nel dolore fisico-mentale-emozionale, in quello che c’è qui ed ora, permette di sentirlo, attraversarlo e poi trascenderlo verso un processo di guarigione dell’anima: come una graduale disidentificazione dal corpo sofferente per arrivare ad un senso più ampio del proprio Essere. Soltanto accogliendo il dolore permettiamo alla vita di essere semplicemente, lasciandola entrare e fluire dentro di noi.

Non si tratta quindi soltanto di una via per il paziente, ma lo è anche per il terapeuta che, in questo modo, supera il bisogno di cancellare la sofferenza della persona che ha di fronte, accogliendo ed abbracciando il dolore dell’altro e anche il suo. Questa è l’essenza della compassione, della connessione empatica e quindi di una relazione che cura.

a cura di Maria Vittoria Salimbeni

_________
[1]Dalai Lama, Il nostro bisogno d’amore, Mondadori, 2008
[2]E.Kubler Ross, La morte e il morire, Cittadella Editrice, 2008
[3]A. Alberti, Psicosintesi-una cura per l’anima, L’UOMO edizioni, 2008, p.188
[4]F. Ostaseski, Saper Accompagnare, Oscar Mondadori, 2009, p. 84
[5]L. Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic, Pillole Bur, 2008
[6]T. Terzani, Un altro giro di giostra, TEA, 2004, p. 348
[7]V. Frankl, Senso e valori per l’esistenza, Città Nuova, 2010, p. 88
[8]E. Bayda, Essere Zen, Ubaldini 2003, p. 84

Commenti (0)

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*