Pink Floyd – The Endless River

Pink Floyd – The Endless River
20 novembre 2014 Spazio Synthesia

Vita, Morte e Mistero

“La somma delle nostre parti
Il battito dei nostri cuori,
è più forte delle parole…
Piú forte delle parole
Questa cosa che chiamano anima.”

Polly Samson
Louder than words

 

7 Novembre 2014, esce The endless river, il fiume infinito, l’ultimo lavoro dei Pink Floyd ed il terzo senza il “folle genio creativo” di Roger Waters.

E’ un disco impregnato da un forte senso di trascendenza che lascia spazio a momenti di contingenza molto ben definiti emotivamente. Un ritorno ai viaggi psichedelici interstellari degli esordi.
Durante tutto l’arco della sua durata si attraversano attimi di notevole malinconia, alternati da guizzi di gioia, di rabbia, di nostalgia, felicità, pienezza e vuoto. The endless river è una lunga suite di 53 minuti suddivisa in 18 brani dalla durata breve raggruppati in 4 sides; apparentemente può sembrare un disco frammentario, invece è un vero e proprio monolite sonoro.
Inutile dire che il miglior formato possibile di questa uscita è quella del doppio vinile, che rende maggiormente l’idea di suddivisione delle quattro parti, a differenza del cd che permette un ascolto fluido dell’insieme ma troppo “confuso”.
All’inizio può sembrare un ascolto facile, grazie a brani molto melodici; in realtà è solo dopo ripetuti ascolti che si riesce a penetrare in questo universo emotivo ed a percepire l’unitarietà di ogni singola parte.
Non è mai esistito nella storia della band un disco quasi interamente strumentale (ad eccezione del disco in studio di Ummagumma, anch’esso suddiviso in diversi brani riuniti), ma è anche vero che il sound dei Pink Floyd è riconoscibilissimo ed intatto. Non c’è solo il Gilmour solista, ma ritroviamo i Pink Floyd di ogni epoca, rimaneggiati, rivisitati, ringiovaniti (o invecchiati?), rinnovati, in una parola sola: evoluti.

Richard Wright è morto nel 2008, Syd Barrett non c’è più da molto tempo prima della sua morte (avvenuta nel 2006), Roger Waters ha lasciato il gruppo nel 1985, i reduci David Gilmour e Nick Mason non sono più dei giovanotti. Il grafico Storm Thorgerson è morto l’anno scorso. Credo sia proprio la percezione dell’avvicinamento del momento della fine e della morte che abbia fatto nascere questo album, chiaramente spirituale sin dal titolo e dalla copertina. Come se i Pink Floyd ci dicessero che credono in questo fiume infinito proiettato verso l’alba (o il tramonto?), comprovato dalle ultime parole udibili alla fine dell’ultimo brano “Louder than words”, “…go to heaven Richard Wright…” (bisogna alzare il volume al min. 6:02 per sentirlo).

Le sessions del 1993

Nel 1993 i tre Floyd si ritrovarono ai Britannia Row studios per improvvisare insieme come non accadeva da tanto tempo (forse dai primi anni ‘70). Ne uscirono fuori ore ed ore di musica su cui poter lavorare insieme per costruire i brani del futuro disco. The division bell, della durata di poco più di un’ora, non poteva ovviamente contenere tutto quanto avevano registrato in quelle sessions, e da allora girano indiscrezioni su diversi brani molto psichedelici che simpaticamente il batterista Nick Mason denominò “The big spliff” (la grande canna).
In realtà all’epoca l’ingegnere del suono Andy Jackson creò un lungo brano mixando proprio queste registrazioni; questo sarebbe dovuto diventare il secondo cd allegato a The division bell; all’ultimo i Pink Floyd decisero di non pubblicarlo, non reputandolo adeguato.

The division bell del 1994

Nel 1994 usciva The division bell, un disco che fece storcere il naso a molti fan della band, ma non al sottoscritto. L’ho sempre considerato un disco meraviglioso, ricco di pathos, con brani di notevole fattura e bellezza; gli strumentali Cluster One e Maroneed sono dei capolavori, Poles Apart, High Hopes, A great day for freedom, Lost for Words e Coming back to life sono dei bellissimi pezzi. Ad alti livelli si situava tutto il disco, con la chitarra di David Gilmour in gran spolvero e, per la prima volta dagli anni ’70, tornava a comporre e cantare il tastierista Richard Wright. E’ sbagliato paragonarlo a capolavori come The dark side of the moon, Wish you were here o The wall.
Secondo me è importante tenere in considerazione le tre vite del gruppo, ognuna delle quali ha comportato uno stravolgimento nel suono della band. La prima con alla guida Syd Barrett, la seconda con Roger Waters e la terza (dal 1987 ad oggi) guidata da David Gilmour. I nuovi Floyd (quelli dal 1987) sono un nuovo gruppo: The dark side of the moon sta a The piper at the gates of dawn così come The division bell sta a The wall.
Provate ad ascoltare i Pink Floyd di Gilmour seguendo questa ottica di evoluzione e cambiamento. La vera morte di un gruppo sopraggiunge quando ripete la stessa idea all’infinito, e questo è quello che più temevano che Roger Waters potesse fare (come tra l’altro ha fatto, con il disco del 1984 The pros and cons of hitch hiking, copia sbiadita di The wall).

20 anni dopo, anno 2014

David Gilmour e Nick Mason decidono di riprendere in mano l’enorme mole di registrazioni dell’epoca: la loro sorpresa è stata quella di trovare delle bellissime parti registrate da Wright all’organo e alle tastiere. Da qui l’idea di completare quelle idee e aggiungere parti di chitarra e batteria, o semplicemente lavorare sugli arrangiamenti di qualcosa che era già in noce, il tutto per omaggiare l’amico scomparso e sottolineare l’importanza che ha sempre avuto il suo suono nella dinamica dei Floyd. Aiutati in questo da Andy Jackson, Phil Manzanera (chitarra dei Roxy Music) e Youth (Orb), completano l’organico Guy Pratt, Jon Carin, Durga Mc Broom, più o meno noti sessionmen di pinkfloydiana conoscenza.

L’idea

La copertina del disco è opera di un giovane diciottenne egiziano (che afferma di averla vista in un sogno). Per la prima volta dalla nascita dei Pink Floyd la copertina non è di Storm Thorgerson. Tutto quello che sottende al progetto è l’idea della morte come viaggio verso l’infinito, l’ignoto e il mistero, ma non verso la fine. Sembra quasi che vogliano dire: la morte è un nuovo inizio di qualcosa di meraviglioso a cui non possiamo ancora accedere. Richard Wright ha intrapreso quel viaggio sul mare di nuvole della copertina, con lo sguardo proteso all’orizzonte in cui si intravede la luce dell’alba (o tramonto?). Nel libretto del cd e del vinile viene sottolineato quanto sia importante portarsi dietro tutto quello che può servire ad orientarsi, bussola, cartine etc…
Non solo di morte si tratta ma anche di Vita, intesa come quel fiume infinito che ha un inizio e vede la “fine” nel suo immergersi nell’oceano e nel suo con-fondersi col tutto.
E’ la fine dei Pink Floyd o un loro nuovo inizio? Di sicuro questo disco è una meravigliosa chiusura di un capitolo della loro vita.

Psicosintesi: l’armonia tra David Gilmour e Roger Waters

I principali temi del disco sono l’importanza della comunicazione, l’evoluzione, la vita, la morte e la rinascita, passato-presente-futuro, l’importanza delle inter-relazioni umane. Se non si comunica non si progredisce, e per progredire è fondamentale rendersi conto che l’insieme degli individui è più della semplice somma delle parti.
Nella Psicosintesi di Roberto Assagioli questa idea della psicologia della gestalt è spinta oltre, affermando che non ci può essere vera armonia tra gli individui se prima non la si trova dentro di noi. E l’armonia dentro di noi la si trova solo quando si raggiunge, o si lavora per raggiungere, la sintesi tra le nostre parti. Più conosciamo le nostre parti e subpersonalità, i personaggi che siamo e quelli che ci dominano, più riusciamo ad entrare in una vera comunicazione con gli altri.
I Pink Floyd sono stati un microcosmo in cui le singole parti sembra non si conoscessero affatto, ma ognuno ha avuto la fortuna di trovare una sintesi provvisoria nell’altro. Questa non poteva durare e i componenti più creativi (ma anche più folli) Syd Barrett e Roger Waters non hanno retto. I tre superstiti erano forse meno geniali ma anche più equilibrati psichicamente: da qui i loro tre dischi solisti, morbidi, fluidi, eleganti ma con poca “follia”.
Questo album strizza l’occhio a tutti i periodi floydiani, con molta eleganza e sentimento. Chi cerca la follia deve andare indietro nella loro discografia; con questo disco David Gilmour e Nick Mason alla soglia dei 70 anni ci dicono di essere sereni, e questo stato passa attraverso la musica. Non so invece quanto stia bene Roger Waters che, alla stessa età, è rimasto a riproporre The Wall negli stadi visibilmente famelico di fama e pubblico adorante. I tre dischi gilmouriani dei Floyd sono comunque dignitosamente validi e apportano novità; quelli di Roger Waters solista sono belli ma ripetono continuamente la stessa idea, non c’è progresso. Si spera che nel suo disco solista, che dovrebbe uscire tra poco, l’artista abbia avuto qualche illuminazione particolare per potersi discostare dai suoi fantasmi interiori.

Guida all’ascolto

Provate ad immaginare nuvole sonore da cui all’improvviso fuoriescono come eco i momenti di vita della storia dei Pink Floyd: sprazzi di ciel sereno che permettono di vedere a terra, se non addirittura tuffarvisi per poi risalire e proseguire il viaggio. In tutto il disco c’è un continuo rimando al proprio passato ma non è semplice ripescaggio di idee. E’ guardare con un occhio al passato ed uno al futuro, quindi rimanere nell’eterno presente, riportando ciò che era e ciò che sarà nel qui ed ora.

SIDE 1

1 – Things left unsaid

Il disco inizia con suoni, parole (Richard Wright che dice “Ci capiamo senza parlare, ma ci sono molte cose lasciate non dette”) ed echi familiari. Ha inizio il viaggio con le tastiere di Wright molto evocative e la chitarra acustica di Gilmour suonata con l’ebow, strumento che serve per “allungare” il suono. Ha lo stesso sapore di Sign of life o Cluster One, con la chitarra che disegna melodie d’effetto abbinate ad un suono metallico particolare. Arriva poi un forte battito profondo che ci avvicina lentamente al brano seguente.

2 – It’s what we do

Tastiere simili a Shine on you crazy diamond, rintocchi di chitarra acustica che strizzano l’occhio a Welcome to the machine, assoli di Gilmour da capogiro; il primo vero capolavoro del disco. Nick Mason sempre preciso ed adeguato.

3 – Ebb and flow

Chiusura di questa suite affidata alle tastiere e alla chitarra acustica suonata come in 1. Vento.

SIDE 2

1 – Sum

Introduzione che riecheggia alcune idee di The division bell, organo arpeggiato di Wright, per poi prenderne subito le distanze e dare il via al primo brano veramente rock del disco; chitarra simile a Sorrow e rintocchi ai tom da parte di Mason.

2 – Skins

Attraverso effetti psichedelici il brano precedente dà l’avvio a questo pezzo in puro stile Pink Floyd anni ’60, sembra di risentire A saucerful of secrets, Up the Khyber dalla colonna sonora di More o Ummagumma (anni ‘68/’69). Brano per batteria ed effetti. Inaspettatamente gradito, finalmente Mason ci comunica che riesce ancora ad essere creativo.

3 – Unsung

Tastiere, pianoforte e assoli di chitarra che salgono e scendono in piacchiate impervie. Gabbiani in volo?

4 – Anisina

Altro capolavoro del disco. Una semplice frase al pianoforte impreziosita dall’estro creativo di Gilmour che ha pensato di aggiungere cori, sax, clarinetto, chitarre. Davvero emozionante, richiama Us & Them ma soprattutto Terminal Frost da A momentary lapse of reason.

SIDE 3

1 – The lost art of conversation

Brano jazzato per pianoforte e sintetizzatore a firma del solo Wright, ricorda qualcosa di Vangelis.

2 – On noodle street

Un blues per tastiere, sintetizzatore, basso, chitarra. Atmosfera fumosa, attesa e sospesa.

3 – Night Light

Ritorna il clima nebuloso dell’inizio, a volte ricorda qualcosa dei Queen più immaginifici (vedi Bijoux da Innuendo)

4 – Allons-Y (1)

Altro brano rock del disco, tipicamente floydiano epoca The wall. Sembra di sentire Run like hell, quindi poco innovativo. Molto bella però l’idea di dividerlo in due parti con al centro…

5 – Autumn ’68

Brano tratto da registrazioni all’organo della Royal Albert Hall eseguite da Richard Wright nei ’60 e impreziosito dalla chitarra di Gilmour. Veramente bello.

6 – Allons-Y (2)

Ripresa della parte 1 (anche la suddivisione è un chiaro rimando ad Another brick in the wall che nel disco era divisa in ben 3 parti).

7 – Talkin’ Hawkin’

Brano blues molto bello, con Gilmour in gran spolvero. Ci sono anche il bassista Guy Pratt, la corista Durga Mc Broom e la voce di Stephen Hawking. Il rimando qui è a Keep Talkin’ di The division bell. Il testo di Hawking dice: “I discorsi hanno permesso la comunicazione di idee permettendo agli esseri umani di lavorare insieme per costruire l’impossibile. I più grandi successi del genere umano si sono verificati parlando. Le nostre più grandi speranze potrebbero diventare realtà nel futuro. Con la tecnologia a nostra disposizione, le possibilità sono senza limiti. Tutto quello che dobbiamo fare è assicurarsi che noi continuiamo a parlare.”

SIDE 4

1 – Calling

Brano scritto da Gilmour insieme ad Anthony Moore degli Slapp Happy (gruppo sperimentale degli anni ’70). E’ un brano molto triste, rintocchi al pianoforte, effetti e chitarra che svisa su tutto.

2 – Eyes to pearls

Chitarra acustica, tastiere e batteria; ricorda a tratti i momenti acustici di The wall, a tratti qualcosa di Animals.

3 – Surfacing

Brano che inizialmente ricorda molto Poles Apart da The Division Bell. Chitarre acustiche arpeggiate, chitarra solista, cori. Gran bel pezzo.

4 – Louder than words

Inizia là dove The division bell era finito, cioè col rintocco di campane. Unico brano cantato e nuovo capolavoro pinkfloydiano al pari di Comfortably Numb (ok, un gradino sotto, ma sempre meraviglioso). La fine dei Pink Floyd non poteva avvenire in modo più appropriato.

Video

Nel video promozionale di Louder than words il navigante rema sopra le nuvole, e negli spazi di cielo limpido può vedere la terra e cosa vi succede. Tra queste cose quella su cui si sofferma il regista è la secca del lago d’Aral (http://it.wikipedia.org/wiki/Lago_d’Aral), uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall’uomo. Morte quindi, ma anche rinascita e vita negli sguardi dei bambini che giocano con i relitti delle navi.

Non c’è morte senza vita, non c’è vita senza morte.

Video: http://www.youtube.com/watch?v=Ezc4HdLGxg4

Packaging

L’album è uscito in 4 versioni: doppio vinile, confezione deluxe (cd audio e dvd, cd audio e bluray), e cd audio. I Pink Floyd hanno voluto regalarci una confezione degna del loro nome, utilizzando per la copertina un materiale cartaceo plastico-gommoso mai visto prima nella realizzazione di un disco. Interessante perché rappresenta una notevole esperienza sensoriale, la quale ci riporta al con-tatto, alla terra e al radicamento, dopo che ci siamo lasciati trasportare nelle sfere celesti dalla musica.
Nel vinile c’è un libretto molto bello, sebbene nella versione deluxe ci siano molto fotografie in più. Il dvd contiene l’album in 5.1 più alcuni brani inediti (sia audio che video) delle jam sessions del ’93, interessanti ma assolutamente superflue (ripresi da una webcam lontana, in banco e nero i tre floyd suonano temi familiari e non). Il bluray contiene l’album in altissima definizione, ma va bene solo per coloro che hanno un lettore di alta qualità collegato ad un buon impianto hi-fi.

LOUDER THAN WORDS

We bitch and we fight
Diss each other on sight
But this thing we do…
These times together
Rain or shine or stormy weather
This thing we do…
With world-weary grace
We’ve taken our places
We could curse it or nurse it and give it a name.
Or stay home by the fire
Felled by desire, stoking the flame.
But we’re here for the ride.

It’s louder than words
This thing that we do
Louder than words
It way it unfurls.
It’s louder than words
The sum of our parts
The beat of our hearts
Is louder than words.
Louder than words.

The strings bend and slide
As the hours glide by
An old pair of shoes
Your favorite blues
Gonna tap out the rhythm.
Let’s go with the flow
Wherever it goes.
We’re more than alive.

It’s louder than words
This thing that we do
Louder than words
The way it unfurls.
It’s louder than words
The sum of our parts
The beat of our hearts
Is louder than words.
Louder than words.

Louder than words
This thing they call soul
It’s there with a pulse
Louder than words.
Louder than words.

PIU’ FORTE DELLE PAROLE

Ci lamentiamo e litighiamo
Ci insultiamo a vista
Ma questa cosa che facciamo…
Questi tempi assieme
Pioggia o sole o tempesta
Questa cosa che facciamo…
Con la grazia di un mondo stanco
Abbiamo preso i nostri posti
Potremmo maledirlo o prendercene cura e dargli un nome.
Oppure rimanere a casa accanto al fuoco
Abbattuti dal desiderio, attizzando la fiamma.
Ma siamo qui per la corsa.

È piú forte delle parole
Questa cosa che facciamo
Piú forte delle parole
Il modo in cui si dispiega.
È piú forte delle parole
La somma delle nostre parti
Il battito dei nostri cuori
È piú forte delle parole.
Piú forte delle parole.

I lacci si piegano e scivolano
Mentre le ore scorrono via
Un vecchio paio di scarpe
Il tuo blues preferito
Deve battere il ritmo.
Seguiamo il flusso
Ovunque esso vada.
Siamo piú che vivi.

È piú forte delle parole
Questa cosa che facciamo
Piú forte delle parole
Il modo in cui si spiega.
È piú forte delle parole
La somma delle nostre parti
Il battito dei nostri cuori
È piú forte delle parole.
Piú forte delle parole.

Piú forte delle parole
Questa cosa che chiamano anima
È là che pulsa.
Piú forte delle parole.
Piú forte delle parole.

 

a cura di Michele Montecucco

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